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Rap Americano VS Rap Italiano: tu da che parte stai?

Potrà sembrare una domanda stupida. Un po’ come paragonare il sole e la luna. Ma basta anche una piccola scintilla, che il fuoco degli animi si riaccende e dà...

Potrà sembrare una domanda stupida. Un po’ come paragonare il sole e la luna. Ma basta anche una piccola scintilla, che il fuoco degli animi si riaccende e dà origine a polemiche interminabili, argomentate da motivazioni più o meno ragionevoli. Ecco l’ultima scintilla che ha scatenato l’inferno. Buona visione.

Emis Killa BET Hip Hop Awards, il titolo è “Come sputtanare il rap italiano in 30 secondi”, tanto per essere chiari!

Al di là delle considerazioni nello specifico sul povero capro espiatorio Emis Killa, che ricordiamo avere appeso al muro un bel disco di platino e molti altri riconoscimenti e che comunque può piacere o meno, la questione è se il rap italiano può essere paragonato all’intoccabile rap americano.

Molti hippoppettari convinti risponderebbero indignati in coro che non sono paragonabili perché non sono neanche la stessa cosa. Altri replicherebbero che il paragone è possibile con le dovute accortezze e infine c’è chi, dalla parte totalmente opposta, demonizza il rap americano ed elogia il rap delle nostre parti. I sostenitori del rap americano sono sicuramente la maggioranza…ma perché? Rispetto per il primato? Amore per l’esotico e disprezzo per tutto ciò che è nostrano? I pochi che almeno il paragone lo concedono, si rinchiudono nelle loro roccaforti, e vorrei provare non ad espugnarle, ma a vedere le cose anche da altri punti di vista. Perché voglio essere fastidiosa e non mi piacciono le prese di posizione!

Sono il primo quindi sono il migliore

E’ innegabile che il rap americano sia nato almeno 20 anni prima dei primi timidi tentativi del rap italiano, ma questo non vuole per forza dire che il secondo è la brutta scopiazzatura del primo. O meglio, riteniamo che ci siano artisti veri che propongono, a partire dallo stile promosso dalla cultura hip hop americana, un qualcosa di proprio e pertinente con la realtà che effettivamente li circonda, e altri ragazzetti che invece si professano Gangsta rapper e si divertono a fare i duri del quartiere sparando parolacce fuori luogo e creando paradossi davvero ridicoli. E’ davvero necessaria la collana d’oro e i denti di diamante se vieni da una realtà italiana? O te lo sei proprio cercato l’appellativo ‘Wannabe’?

Articolo 31 – Sono l’Mc

Parlano i numeri

Argomentazione del sostenitore del rap USA è che gli idoli americani sono più famosi (di conseguenza più meritevoli) dei rapper italiani…ora, vogliamo veramente paragonare il bacino di utenza di una canzone cantata in inglese e di una cantata in italiano? Siamo seri.

La lingua è più adatta quindi il risultato all’orecchio è migliore

Su questo siamo pronti a negoziare! Il ‘flow’ della lingua inglese è completamente diverso da quello italiano. Se l’intento è quello di rimanere in una certa metrica e cercare (almeno in linea di principio) di scrivere in rima, ci viene il sospetto che parole più corte, assonanze – che in definitiva sono rime – molto frequenti e strutture grammaticali più lineari e semplici, rendano il lavoro degli mc americani forse un po’ più facile. E qui di nuovo la domanda: è davvero un punto di merito? O arrangiarsi con parole kilometriche e strutture grammaticali contorte è un punto a favore di chi riesce a rappare in italiano? E allora tutti gli altri rapper nei vari paesi anglofoni, come mai non sono famosi come quelli americani?

Eterna diatriba: Mainstream vs Underground

Non spetta a me giudicare i rapper italiani che “ce l’hanno fatta” dal punto di vista del successo.
Quello che mi permetto di dire, a titolo puramente personale, è che forse hanno dovuto e voluto piegarsi al compromesso di piacere, per forza di cose, ad un numero maggiore di persone rispetto ai rapper che potremmo definire di nicchia. Con il risultato, a mio avviso, di aver impoverito i contenuti e di averli allineati, dal punto di vista musicale, al gusto pop.

Non voglio elogiare ad ogni costo i pionieri dell’alternative rap, ma ho il sospetto che si possano definire più genuini, meno costruiti e più che altro, ­animati davvero dalla voglia di dire qualcosa di non ordinario. Per concludere, se si azzarda il paragone USA/Italia, sarebbe opportuno considerare anche tutto il mondo sommerso di quelli che rappano per passione e non per business. Essendo un genere che sta conoscendo solo oggi un riconoscimento dal pubblico e dai media, è naturale che se pensi al rap italiano in qualità di neofita, ti verranno solo in mente esponenti del secondo gruppo che stanno dominando la scena rap italiana appena nata.

Diffusione

Altra lancia da spezzare a favore dei nostri rapper è che, come appena detto, il genere sta avendo fortuna da pochissimi anni. Come ci si può aspettare, più un genere è seguito e amato, più persone talentuose si cimenteranno nella disciplina, evolvendo il genere verso risultati sempre più originali e degni di nota. Credo si debba dare il tempo alla scena italiana di trovare se’ stessa, alla luce della nuova attenzione che il pubblico le sta riservando e la caduta del tabù nei media (che non posso negare abbiano in passato addirittura ostacolato la diffusione del genere, ritenuto troppo volgare e spesso scomodo).

Non si capisce in italiano, figuriamoci in slang USA

Il rap non è fatto solo di ritmo, metrica e basi fighe. Il rap è soprattutto comunicazione di contenuti. Con tutto il dovuto rispetto, quanti dei fan del rap americano possono dire davvero di essere in grado di fruire a pieno questo tipo di canzoni? Il beat e l’extrabeat dei pezzi sono davvero veloci, risultando difficili da comprendere anche per un madrelingua… poi ci mettiamo anche lo slang e addio. E allora, fan del rap USA, ascolti la tua musica con il testo (e magari la traduzione) davanti? Ti sembra di goderti a pieno l’ascolto? Mi sembra difficile! Anche qualora tu capissi le parole, sei sicuro di afferrare i significati nascosti, le battute, i giochi di parole, i riferimenti alla cultura americana? Se qualcuno vuole dimostrare che “Sì, me la godo come se la godrebbe un madrelingua e nativo statunitense”, sono contenta di ricrederci.

Perché quello che voglio dire con questo articolo è che sicuramente a qualcuno piacerà di più il rap americano e avrà le sue buone ragioni, come il fatto che sono pezzi in definitiva più “ascoltabili” e armoniosi e che i rapper americani, con tutto il background che li sostiene e l’esperienza acquisita nei decenni, oggi si concentrano nel fare rap con una certa metrica che si sposa con la base ma che non è sempre la stessa (evitando come la peste il famoso “effetto filastrocca” che purtroppo è effettivamente diffuso nei pezzi rap italiani).

Quello che non mi piace, è che il rap italiano viene screditato solo perché fratello minore e troppo spesso sabotato da artisti POCO INTELLIGENTI che scimmiottano i canoni della cultura hip hop (non solo rap, anche nel djing, beatbox, breakdance) pur non appartenendogli e risultando così agli occhi dei più solo come dei pagliacci e che si riempiono la bocca di pure banalità. Invito, quindi, gli appassionati sostenitori del rap americano, a dare una chance anche alla scena nostrana, senza trascurare gli emergenti e i volutamente e dichiaratamente underground, i quali, nell’ombra, stanno piano piano raggiungendo risultati stilistici notevoli e che non è giusto trascurare solo perché fa più figo ascoltare rap made in USA.

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